Impiantata valvola cardiaca attraverso una puntura nella gamba

Nei giorni scorsi, presso l’Ospedale del Cuore di Monasterio a Massa, è stato eseguito un intervento straordinario. Una paziente ha ricevuto un impianto di valvola tricuspide attraverso una semplice “puntura” nella gamba, evitando così procedure più invasive. La valvola tricuspide ha il fondamentale compito di mantenere il corretto flusso del sangue, impedendone il ritorno indietro nel suo percorso.

Un intervento all'avanguardia

L’intervento, realizzato in collaborazione con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana (Aoup), è stato eseguito nell’ambito di uno studio internazionale.

Il team Monasterio, guidato dal dottor Sergio Berti, direttore di Cardiologia Diagnostica e Interventistica, ha eseguito per la prima volta in Toscana un impianto di valvola tricuspide da accesso femorale venoso.

Questo è stato anche il primo intervento al mondo ad essere guidato da ecocardiografia intracardiaca.

La paziente, affetta da grave insufficienza tricuspidale, non avrebbe potuto affrontare un intervento chirurgico tradizionale a causa dei rischi elevati legati al suo stato di salute.

La paziente e lo studio internazionale TARGET

Considerata la sua fragilità, la paziente è stata selezionata per partecipare a uno studio sperimentale chiamato TARGET, che coinvolge Italia, Spagna, Germania e Canada.

L’intervento ha previsto il posizionamento della valvola cardiaca attraverso una vena dell’inguine, evitando così la necessità di aprire il torace, rendendo l’operazione significativamente meno invasiva.

Un team multidisciplinare di eccellenza

L’operazione è stata il risultato di un lavoro sinergico tra diverse specialità mediche.

Il team multidisciplinare era composto da cardiologi clinici, cardiologi interventisti, cardiografisti, cardiochirurghi e anestesisti.

Ogni dettaglio della procedura è stato pianificato con precisione, selezionando accuratamente il paziente ideale per questo tipo di impianto.

L'importanza dell'imaging cardiaco e del supporto anestesiologico

L’elemento chiave che ha reso possibile l’intervento è stato l’elevato livello di imaging cardiaco.

Gli ecocardiografisti, sotto la guida del dottor Massimiliano Mariani, hanno fornito dettagli anatomici essenziali che hanno permesso al cardiologo interventista di posizionare la valvola in modo corretto.

Considerata la delicatezza dell’intervento e la fragilità della paziente, il supporto anestesiologico del team del dottor Paolo Del Sarto si è rivelato fondamentale per il successo dell’operazione.

Fonte:

Una speranza per rallentare la SLA con la stimolazione cerebrale non invasiva

Un recente studio delle Fondazioni Policlinico Campus Bio-Medico e IRCCS Istituto Auxologico Italiano ha mostrato risultati promettenti per i pazienti con SLA. Dopo 24 mesi di stimolazione magnetica transcranica statica, oltre il 70% è sopravvissuto senza ventilazione meccanica, rispetto al 35% dei non trattati.

Cos'è la SLA

La Sclerosi Laterale Amiotrofica è una patologia neurodegenerativa che compromette progressivamente le capacità motorie, rendendo difficile camminare, parlare e deglutire.

Nelle fasi avanzate, coinvolge anche i muscoli respiratori, rendendo necessaria la ventilazione meccanica.

In Italia, si stima che oltre 6.000 persone soffrano di SLA.

Ad oggi, non esistono terapie in grado di modificare significativamente il decorso della malattia.

Questo studio offre nuove speranze e incoraggia la comunità scientifica a continuare le ricerche per migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Ricercatori e Pubblicazione

Il team di ricercatori della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, guidato dal professor Vincenzo Di Lazzaro, e della Fondazione IRCCS Istituto Auxologico Italiano, guidato dal professor Vincenzo Silani, ha pubblicato i risultati dello studio sulla prestigiosa rivista Lancet Regional Health Europe.

Stimolazione Magnetica non Invasiva

La tecnica utilizzata è assolutamente non invasiva e modula l’eccitabilità delle cellule nervose attraverso campi magnetici.

Questa metodologia corregge l’ipereccitabilità che porta alla morte dei neuroni motori nei pazienti con SLA.

Le cause della SLA sono ancora sconosciute, ma recenti ricerche hanno dimostrato che un’eccessiva risposta agli impulsi eccitatori delle cellule nervose che controllano il movimento può innescare il processo degenerativo.

Elettroceutica e Campo Magnetico Statico

L’approccio elettroceutico, che sostituisce i farmaci con la stimolazione magnetica non invasiva, è studiato dal gruppo del professor Di Lazzaro da oltre venti anni.

Diversi studi preliminari hanno mostrato un lieve ma significativo rallentamento della progressione della malattia.

Recentemente, è stata introdotta una nuova forma di elettroceutica che utilizza un campo magnetico statico, semplice da usare e applicabile direttamente dai pazienti a domicilio per lunghi periodi.

Risultati promettenti

In uno studio preliminare, la stimolazione magnetica statica è stata sperimentata su due pazienti con SLA a rapida evoluzione, mostrando un significativo rallentamento della malattia.

Nel 2019, è stato avviato uno studio più ampio su 40 pazienti per valutare l’efficacia della stimolazione magnetica nel ridurre la progressione della malattia durante un trattamento di 6 mesi.

Anche se inizialmente non si è osservato un significativo cambiamento nella velocità di progressione, i risultati a lungo termine, dopo ulteriori 18 mesi, sono stati estremamente promettenti.

Testimonianze e prospettive future

Vincenzo Russo, il primo paziente volontario per la stimolazione magnetica statica, continua a promuovere la ricerca tramite l’associazione ANCE di Salerno.

Il professor Vincenzo Di Lazzaro ha sottolineato l’importanza della prudenza nell’interpretare i risultati, che richiedono ulteriori conferme.

Tuttavia, i risultati sono ottimistici e giustificano ulteriori studi su un maggior numero di pazienti e con trattamenti prolungati.

Conclusioni

Il professor Vincenzo Silani ha evidenziato come questo studio apra nuove prospettive positive per i pazienti, sottolineando l’importanza dell’elettroceutica come componente chiave in future strategie terapeutiche.

Questi dati rappresentano un passo avanti nella lotta contro una malattia complessa come la SLA, e future ricerche dovranno tenere in considerazione i risultati ottenuti per sviluppare terapie più efficaci.

Fonte:

Primo impianto di un cuore artificiale in titanio

Il Texas Heart Institute e BiVACOR,  hanno annunciato il successo del primo impianto nell’uomo del BiVACOR Total Artificial Heart. Questo cuore artificiale hi-tech è una pompa ematica biventricolare costruita in titanio con una singola parte mobile che utilizza un rotore a levitazione magnetica per pompare il sangue e sostituire entrambi ventricoli di un cuore indebolito.

Obiettivo dello studio clinico

Il primo studio clinico sull’uomo mira a valutare la sicurezza e le prestazioni del BiVACOR Total Artificial Heart.

Questo dispositivo è stato progettato come soluzione ponte al trapianto per pazienti con grave insufficienza cardiaca biventricolare o insufficienza cardiaca univentricolare, nei casi in cui il supporto del dispositivo di assistenza ventricolare sinistra non è raccomandato.

Dopo il primo impianto presso il Baylor St. Luke’s Medical Center del Texas Medical Center, altri quattro pazienti verranno arruolati nello studio.

Dichiarazioni del Texas Heart Institute

Joseph Rogers, presidente e amministratore delegato del Texas Heart Institute e principal Investigator nazionale sulla ricerca, ha dichiarato: “Il Texas Heart Institute è entusiasta del primo impianto rivoluzionario cuore artificiale.

Poiché l’insufficienza cardiaca rimane una delle principali cause di mortalità a livello globale, il dispositivo offre un faro di speranza per innumerevoli pazienti in attesa di un trapianto di cuore.

Siamo orgogliosi di essere in prima linea in questa svolta medica, per trasformare il futuro della terapia dell’insufficienza cardiaca”.

Il problema dell’insufficienza cardiaca

L’insufficienza cardiaca colpisce almeno 26 milioni di persone in tutto il mondo, di cui 6,2 milioni sono adulti solo negli Stati Uniti, e la sua prevalenza è in aumento.

I trapianti di cuore sono riservati ai pazienti con grave insufficienza cardiaca e sono limitati a meno di 6.000 procedure all’anno a livello globale.

Di conseguenza, i National Institutes of Health statunitensi stimano che circa 100.000 pazienti potrebbero beneficiare immediatamente del supporto circolatorio meccanico negli Stati Uniti.

Protesi di spalla con l’aiuto dell’Intelligenza artificiale

Al San Luigi Gonzaga di Orbassano, un team di esperti ha utilizzato tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e la stampa 3D per realizzare una protesi di spalla personalizzata per una paziente di 70 anni. 

Introduzione alla medicina di precisione e tecnologia

La medicina di precisione sfrutta l’intelligenza artificiale, la stampa in 3D e le più recenti tecnologie a disposizione della chirurgia, in particolare della protesica.

Questi sono gli ingredienti per un’operazione di successo di una protesi di spalla studiata e costruita su misura per una paziente di 70 anni.

Questa paziente era reduce da un precedente impianto che non era andato a buon fine in un’altra struttura e necessitava di revisione chirurgica.

L’intervento è stato condotto la scorsa settimana dalla équipe guidata da Filippo Castoldi, direttore dell’Ortopedia e Traumatologia del San Luigi di Orbassano, professore di Ortopedia dell’Università degli Studi di Torino e past president della Società Italiana di Chirurgia di Spalla e del Gomito.

L'eccellenza dell'ortopedia del San Luigi

L’ortopedia del San Luigi impianta oltre 100 protesi di spalla all’anno, un numero importante fra le aziende ospedaliere piemontesi.

Questa expertise consente alla struttura di essere un punto di riferimento regionale per la chirurgia della spalla e del gomito, anche in ottica di chirurgia di revisione rispetto a casi complicati che arrivano da un iter di cura iniziato altrove.

La complessità del caso

La paziente presentava una situazione patologica determinata da pregressa artrosi e da una protesi impiantata in un altro ospedale un anno e mezzo fa, che aveva ceduto a causa dello scarso spessore osseo del soggetto.

La protesi parziale impiantata poggiava ormai sul torace, provocando un deficit di funzione e forte dolore.

La soluzione personalizzata

Un fattore, lo scarso spessore osseo, a cui l’equipe del San Luigi ha ovviato studiando le caratteristiche specifiche morfologiche e cliniche della paziente.

Questo è stato fatto con l’indagine delle immagini TAC tramite intelligenza artificiale e con l’elaborazione dei dati estratti per un modello in 3D.

Su questo modello è stata costruita una protesi personalizzata custom made in titanio, ottenuta con una metodica particolare da polvere di titanio, che ha consentito di colmare il difetto osseo iniziale e il successo dell’impianto della nuova protesi.

La nuova frontiera della tecnologia ricostruttiva 3D

“La tecnologia ricostruttiva 3D è una nuova frontiera in particolare per l’ortopedia,” spiega Filippo Castoldi, “che trattando un tessuto rigido come l’osso si presta a questo impiego.

Offre risultati particolarmente brillanti in termini di precisione del modello e buona riuscita dell’intervento, anche in casi particolarmente complicati.

Dallo studio TC del segmento scheletrico affetto da patologia si possono riprodurre modelli tridimensionali in resina che permettono di progettare in ogni dettaglio l’area interessata e lo stesso intervento chirurgico.

Si possono pianificare gli step chirurgici, produrre strumenti dedicati che si adattano perfettamente al difetto patologico dell’anatomia del paziente e che guidano il chirurgo a riprodurre con precisione l’intervento pianificato in sala operatoria.

Con lo stesso principio possono essere prodotti impianti protesici customizzati, cioè costruiti apposta per il caso specifico.”

Autotrapianto di rene robotico, per la prima volta in Italia alle Molinette di Torino

A luglio 2024, l’ospedale Molinette di Torino ha realizzato un traguardo storico nella chirurgia robotica: per la prima volta in Italia, è stato effettuato un autotrapianto di rene utilizzando un sistema robotico di ultima generazione. Questo intervento innovativo ha salvato la vita di un paziente di 56 anni, affetto da una rara e pericolosa patologia, dimostrando le potenzialità rivoluzionarie della tecnologia medica avanzata.

Autotrapianto di rene con sistema robotico di ultima generazione

Per la prima volta in Italia, a luglio 2024, all’ospedale Molinette di Torino, è stato effettuato un autotrapianto di rene utilizzando un sistema robotico di ultima generazione.

Un uomo di 56 anni aveva da poco scoperto di essere portatore di una rara patologia tanto silente quanto pericolosa: un aneurisma di due centimetri a carico dei rami dell’arteria renale.

Era necessario intervenire per prevenire l’elevato rischio di rottura spontanea dell’arteria, ma la complessa posizione dell’aneurisma non rendeva possibile un intervento tradizionale, cioè con il rene nella sua posizione naturale.

Le speranze di salvare il rene erano affidate alla possibilità di poter effettuare un delicato intervento di prelievo del rene per ripararlo al di fuori del campo operatorio e poi effettuare un autotrapianto.

Utilizzo del sistema robotico Da Vinci Single Port

A tal fine è stato utilizzato il nuovissimo e rivoluzionario sistema robotico Da Vinci Single Port, da poco disponibile in Europa e da tre settimane in dotazione presso il reparto di urologia universitaria dell’ospedale, diretto dal professor Paolo Gontero.

Il nuovo approccio chirurgico attraverso un’unica piccola incisione di due centimetri e mezzo ha permesso di effettuare il prelievo del rene sinistro da riparare.

Vantaggi della Tecnologia Robotica Avanzata

“L’estrema raffinatezza di questa importante evoluzione della tecnologia operatoria robotica, insieme alla capacità di lavorare in uno spazio relativamente ristretto, tanto quanto una pallina da tennis, ha permesso di effettuare il prelievo di rene passando al di fuori dell’addome, utilizzando quindi una via extraperitoneale – afferma il primario, che ha eseguito la parte robotica dell’intervento -.

Una via di accesso che consente una ulteriore riduzione del trauma chirurgico rendendo possibile una più rapida ripresa postoperatoria, caratteristica che contraddistingue e spiega la recente diffusione di questa nuova tecnologia negli Stati Uniti d’America”.

Procedura di riparazione e autotrapianto

Il rene è stato quindi estratto mantenendo sempre una via di accesso al di fuori del peritoneo e posizionato in un campo operatorio apposito dove è stato raffreddato e perfuso (mantenuto in vita) con liquidi speciali per prevenire i danni da ischemia e quindi sottoposto ad una delicata riparazione della malformazione di cui era affetto da parte del dottor Aldo Verri, direttore della chirurgia vascolare ospedaliera dell’ospedale Molinette.

Sempre utilizzando la stessa incisione è stato quindi effettuato l’autotrapianto.

La parte anestesiologica è stata seguita dall’équipe del dottor Roberto Balagna.

L’intervento, durato sette ore, è stato coronato da successo comportando una pronta ripresa della funzione dell’organo ed una dimissione del paziente in buone condizioni.

Importanza del supporto della fondazione CRT

“È doveroso ricordare come tutto ciò sia stato reso possibile in primis grazie alla sensibilità della Fondazione Crt, che mesi fa ha creduto in un progetto di ricerca finalizzato all’utilizzo di questa tecnologia in ambiti chirurgici urologici selezionati, quali il trapianto di rene, le disfunzioni dell’apparato urinario del mieloleso, ma anche il tumore di vescica e della prostata – continua il professor Gontero -.

Grazie alla generosa donazione ricevuta sarà possibile disporre per un anno di questa tecnologia per effettuare una cinquantina di interventi urologici”.

Progetto di ricerca multidisciplinare

Un progetto di ricerca che vede anche la partecipazione del professor Mario Morino, direttore della clinica chirurgica universitaria dell’ospedale Molinette per un utilizzo multidisciplinare in chirurgia oncologica.

“Una nuova frontiera della chirurgia che concilia l’aspetto tecnologico e le professionalità mediche per un nuovo traguardo raggiunto, che conferma per l’ennesima volta le eccellenze della nostra Città della Salute”, dichiara il dottor Giovanni La Valle, direttore generale dell’azienda ospedaliera di cui l’ospedale Molinette fa parte.

Liste d’attesa ospedaliere: 20 milioni di visite da recuperare, straordinari non bastano

Il decreto Schillaci sulle liste d’attesa, in esame al Parlamento, mira a recuperare 20 milioni di prestazioni perse tra il 2019 e il 2021. Tuttavia, le risorse limitate e il personale stremato sollevano dubbi sulla sua efficacia. Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed, critica la mancanza di interventi strutturali nel provvedimento.

Il decreto Schillaci: un’analisi critica

Il decreto Schillaci sulle liste d’attesa, attualmente all’esame del Parlamento, sembra incompleto.

Considerando gli ultimi anni di sofferenza del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), cerca di affrontare il problema enorme di quasi 20 milioni di prestazioni perse tra il 2019 e il 2021 con le poche risorse disponibili negli ospedali, un personale stremato e risorse insufficienti.

Nonostante le buone intenzioni, ci sono molti aspetti critici nel decreto.

La libera professione intramuraria e altre tematiche

Il decreto punta il dito contro la libera professione intramuraria introducendo interventi coercitivi.

Tuttavia, è evidente che le liste d’attesa sono legate a problemi più ampi, inclusi l’organizzazione delle aziende e del sistema sanitario nel suo complesso, nonché l’assistenza sul territorio, la quale non viene coinvolta adeguatamente.

Critiche del Presidente della Cimo-Fesmed

Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed (medici ospedalieri), riconosce le buone intenzioni del ministro della Salute ma critica il provvedimento.

Pur approvando misure come il Cup regionale, Quici sottolinea la mancanza di interventi strutturali necessari.

Punti critici del Decreto Legge

Tetto sul personale

Uno dei principali punti critici è il mancato sblocco immediato del tetto sul personale, che sarebbe dovuto avvenire senza attendere il 2025.

Quici auspica che il ministro intervenga con un decreto per permettere assunzioni adeguate.

Fabbisogno di medici e infermieri

Il metodo proposto da Agenas per stimare il fabbisogno di medici e infermieri è considerato troppo complicato e inadeguato.

La stima di 10.000 medici in meno non riflette la realtà delle corsie vuote, dei turni coperti a stento e delle file di pazienti nei Pronto Soccorso.

Inoltre, la medicina è cambiata, aumentando gli standard del fabbisogno di medici.

Incremento delle risorse

Per evitare la fuga di medici all’estero o nel settore privato, è necessario un incremento strutturale delle risorse.

Attualmente, l’unico denaro stanziato dal decreto legge è destinato agli straordinari, una soluzione temporanea che non risolve il problema.

Inadeguatezza delle misure di compensazione

L’aumento della retribuzione per gli straordinari non è sufficiente.

È necessaria un’indennità di specificità adeguata per rendere più attraente il Ssn.

Non è solo un problema di Pronto Soccorso; mancano anche chirurghi, anestesisti, rianimatori, radioterapisti, ecc.

Il nuovo contratto 2022-2024 prevede un incremento insufficiente rispetto all’inflazione.

Domanda inappropriata di prestazioni da medicina difensiva

Il fenomeno della medicina difensiva, che costa 10 miliardi, contribuisce a gonfiare le liste d’attesa.

La commissione istituita dal ministro della Giustizia Nordio non sembra modificare sostanzialmente il problema della colpa medica, lasciando una grande quota di inappropriatezza.

I medici continueranno a richiedere più prestazioni del necessario per timore di cause legali, aumentando costi e liste d’attesa.

Prestazioni perse durante la pandemia

Esecuzione delle prestazioni in ospedale

Circa 19,8 milioni di prestazioni sono state eseguite in meno tra il 2019 e il 2021 a causa della pandemia.

Questo calo significativo denota un gap nell’offerta sanitaria, anche dovuto all’assenza di prevenzione secondaria e terziaria e all’inadeguatezza del territorio nel gestire una parte della domanda.

Gestione delle prestazioni fuori dall’ospedale

Il maggior calo delle prestazioni ha riguardato aree gestibili fuori dall’ospedale, come psichiatria (-37%), oculistica (-21,67%) e dermatologia (-19%).

Non è possibile chiedere ulteriori sforzi ai medici ospedalieri, già sovraccarichi.

Le liste d’attesa devono essere affrontate in modo olistico, considerando l’intero sistema sanitario.

Il progetto RESCUE mira a nuove terapie RNA per la rigenerazione del cuore

Con un finanziamento di 1,5 milioni di euro, l’Unione Europea sostiene il progetto RESCUE, mirato a sviluppare un nuovo farmaco a RNA capace di rigenerare il cuore e promuovere simultaneamente la vascolarizzazione del tessuto. L’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con il Centro Cardiologico Monzino, coordina il gruppo di ricerca internazionale.

Obiettivo del progetto RESCUE

Sviluppare una nuova terapia capace di rigenerare completamente il cuore dopo un infarto del miocardio, formando nuovo tessuto e nuovi vasi sanguigni per riportare il muscolo cardiaco alla sua piena funzionalità: è questo l’obiettivo del progetto di ricerca internazionale RESCUE – Bridging the gap between cardiac regeneration and revascularization, coordinato dall’Università degli Studi di Trieste.

Questo progetto coinvolge esperti di rigenerazione cardiaca e angiogenesi provenienti da Italia, Spagna, Olanda, Slovacchia e Turchia.

La sinergia tra rigenerazione cardiaca e rivascolarizzazione

“Per molti anni i progressi nei campi della rigenerazione cardiaca e dell’angiogenesi hanno proceduto parallelamente, senza parlarsi.

Tuttavia, per riparare un cuore danneggiato da un infarto è necessaria la formazione sia di nuovo muscolo cardiaco sia di nuovi vasi sanguigni.

Con il progetto RESCUE puntiamo a colmare questa lacuna tra rigenerazione cardiaca e rivascolarizzazione: vogliamo, infatti, sviluppare un nuovo farmaco biologico, che contenga due principi attivi – e in particolare due molecole di RNA – in grado di rigenerare il cuore e simultaneamente promuovere la vascolarizzazione del tessuto rigenerato”, spiega la coordinatrice del progetto Serena Zacchigna, professoressa di biologia molecolare presso il dipartimento di scienze mediche, chirurgiche e della salute dell’Università degli Studi di Trieste e direttrice del laboratorio di biologia cardiovascolare dell’ICGEB (Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie).

Identificazione delle molecole candidate

I ricercatori hanno già identificato alcune molecole candidate, che si sono rivelate in grado di promuovere da un lato la proliferazione delle cellule del muscolo cardiaco e dall’altro la formazione di nuovi vasi sanguigni, sia piccoli capillari che arterie più grosse.

Nei prossimi tre anni i ricercatori sperimenteranno diverse combinazioni fino a identificare quella più efficace.

Sarà la prima volta che due molecole biologiche, capaci di stimolare questi due processi fondamentali per la riparazione di un cuore infartuato, vengono unite in un unico farmaco, per dimostrare la sinergia d’azione.

Collaborazione e coordinamento

L’Università di Trieste – l’unico ateneo italiano alla guida di uno dei diciassette progetti selezionati dal bando CARDINNOV – coordinerà lo studio in collaborazione con il Centro Cardiologico Monzino IRCCS, in particolare con il gruppo di ricerca del prof. Giulio Pompilio, direttore scientifico e delegato italiano alternate presso il Comitato per le Terapie Avanzate (CAT) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA).

L'importanza dei farmaci a RNA

“L’infarto del miocardio continua ad essere una delle principali cause di morte – spiega il prof. Giulio Pompilio, direttore scientifico del Centro Cardiologico Monzino IRCCS – La ricerca ha recentemente prodotto nuovi farmaci a RNA che agiscono sui fattori di rischio dell’infarto, ma non si hanno ancora terapie che stimolano la riparazione del cuore.

Nei prossimi anni ci aspettiamo che un numero sempre maggiore di farmaci a RNA arrivi alla clinica per il trattamento delle malattie cardiache”, conclude il professore.

Collaborazioni internazionali e educazione

Al progetto collaborano il Centro Nazionale per la Ricerca Cardiovascolare (CNIC) di Madrid, l’Università di Utrecht, l’Università Lokman Hekim di Ankara, l’Accademia Slovacca delle Scienze e l’associazione di pazienti PLN Foundation, quest’ultima incaricata di educare e sensibilizzare pazienti e caregiver sulle nuove terapie a RNA.

Finanziamento e supporto

Con un finanziamento di 1,5 milioni di euro – dei quali oltre 600mila sono destinati all’Italia, attraverso il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Ministero della Salute – il progetto è promosso dalla partnership Ue ERA4Health, che sostiene la collaborazione tra diversi enti di ricerca europei e internazionali in aree prioritarie nel settore della salute, favorendo lo sviluppo di innovazioni terapeutiche.

Fonte:

Insufficienza ovarica precoce, nuove speranze di gravidanza

Le donne che soffrono di insufficienza ovarica precoce possono aumentare le loro possibilità di ottenere una gravidanza grazie alle tecniche di ringiovanimento ovarico. Queste tecniche permettono di incrementare le probabilità di ottenere una gravidanza con i propri ovuli.

Lo studio presentato da IVI

Uno studio presentato al 40º congresso della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (ESHRE) dal gruppo IVI, specializzato in medicina della riproduzione, ha dimostrato l’efficacia di queste tecniche.

Evoluzione della tecnica Ascot

Lo studio si basa su un’evoluzione della tecnica Ascot, una delle più diffuse per il ringiovanimento ovarico, che utilizza l’infusione di cellule staminali nell’arteria ovarica.

Le proteine disciolte nel citoplasma degli ovociti sono fondamentali per la piena efficacia della funzione riproduttiva.

I risultati della tecnica Ascot

Nelle donne con insufficienza ovarica precoce sono state trovate fino a 72 proteine alterate, causando una notevole riduzione della capacità riproduttiva spontanea.

La tecnica Ascot in 4 fasi, presentata da IVI a ESHRE, ha apportato cambiamenti sostanziali nel proteoma plasmatico dei pazienti, portandolo a una composizione molto simile a quella osservata nelle donne normoresponder.

Questo studio evidenzia come possano migliorare ulteriormente i già significativi risultati di questo trattamento rigenerativo.

Secondo studi di IVI Global, infatti, il 7% delle pazienti sottoposte alla procedura di ringiovanimento ovarico ha raggiunto la gravidanza per via naturale dopo aver recuperato la funzione ovarica.

Le alternative terapeutiche

“La decisione di cercare una gravidanza con ovuli di donatrici non è mai un passo facile per le coppie.

Per questo si stanno diffondendo sempre di più delle alternative terapeutiche che mirano a ripristinare la funzione ovarica,” spiega Antonio Pellicer, ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI.

“Una delle più diffuse è la tecnica Ascot, che consiste nel trapianto di cellule staminali dal midollo osseo nell’arteria ovarica.

Gli studi sul ringiovanimento ovarico rappresentano una linea di ricerca molto incoraggiante in cui continueremo a lavorare.

Procedura e principi della tecnica Ascot

La tecnica Ascot si basa essenzialmente su un’iniezione di plasma arricchito con fattori di crescita, che consente di ripristinare la funzione ovarica.

La procedura è simile a quella del prelievo dell’ovocita e viene effettuata in regime ambulatoriale, permettendo alla paziente di tornare a casa dopo un breve periodo di osservazione.

Obiettivi della medicina rigenerativa

Questa tecnica si fonda sui principi della medicina rigenerativa, il cui obiettivo è ripristinare l’ambiente biologico, imitando e accelerando i processi di rigenerazione dell’organismo stesso.

Fonte:

Mastercard e MTA collaborano sui pagamenti sanitari transfrontalieri

La Medical Tourism Association lancerà una piattaforma unica con funzionalità di pagamento Mastercard per offrire maggiore comodità, flessibilità e fiducia al settore del turismo medico.

Risposta alla necessità di semplificazione

In risposta alla crescente necessità di semplificare l’accesso all’assistenza sanitaria globale per i turisti medici, Mastercard e la Medical Tourism Association (MTA) hanno annunciato una partnership esclusiva per modernizzare l’esperienza di assistenza sanitaria end-to-end per pazienti e operatori sanitari in tutto il mondo.

La Medical Tourism Association utilizzerà la tecnologia delle carte virtuali commerciali di Mastercard per andare oltre l’organizzazione dei trattamenti e facilitare pagamenti rapidi e sicuri con gli operatori sanitari.

Innovazione nel settore del turismo medico

Questa è una mossa unica nel suo genere per il settore del turismo medico, che è rimasto in gran parte dipendente da denaro contante e bonifici bancari, portando a una mancanza di trasparenza finanziaria e a opzioni di pagamento limitate per le persone che cercano trattamenti all’estero.

Le intuizioni di un recente sondaggio sui pazienti del turismo medico rivelano che oltre la metà dei pazienti a livello globale ha espresso preoccupazioni sui pagamenti internazionali a causa di costi nascosti, complessità del tasso di cambio e maggiore rischio di frode, dimostrando una chiara necessità di migliorare il processo di pagamento.

Le parole di Mastercard

“Come azienda tecnologica globale, innoviamo costantemente per risolvere i punti critici in più settori e semplificare il modo in cui il denaro fluisce tra persone e aziende”, ha affermato Chad Wallace, responsabile globale delle soluzioni commerciali di Mastercard.

“Stiamo integrando le nostre tecnologie per promuovere esperienze di pagamento più sicure e veloci su larga scala e questa ultima collaborazione sblocca la nostra capacità di estendere ulteriormente i vantaggi delle carte virtuali Mastercard per reinventare l’ecosistema sanitario”.

Facilitazione del processo di pagamento

I pazienti potranno semplicemente prenotare e pagare il loro trattamento utilizzando un metodo di pagamento a loro scelta, e l’MTA gestirà senza problemi il resto sfruttando la tecnologia delle carte virtuali di Mastercard.

Non appena il pagamento viene avviato e convalidato, il partner bancario dell’MTA emetterà una carta virtuale Mastercard per pagare direttamente il fornitore di assistenza sanitaria.

Vantaggi per i fornitori di servizi sanitari

L’introduzione delle carte virtuali porta anche una serie di vantaggi ai fornitori, tra cui una maggiore sicurezza, controlli robusti e dati di rimessa in tempo reale per una riconciliazione più efficiente.

Sviluppo della piattaforma "Better by MTA"

Per andare oltre la risoluzione dei punti dolenti nei pagamenti sanitari, la MTA sta sviluppando “Better by MTA”, una nuova piattaforma user-friendly integrata con le capacità di pagamento di Mastercard che mira a riunire servizi medici e di viaggio.

Dal pagamento e dalla pianificazione di una procedura alla prenotazione di viaggi, trasporti e alloggi corrispondenti, i pazienti saranno in grado di gestire con sicurezza ogni aspetto del loro viaggio all’interno della stessa piattaforma.

Better by MTA ha lo scopo di semplificare le scelte di viaggio, snellire il processo di pagamento e consentire di confrontare senza sforzo le opzioni di assistenza, sostituendo più strumenti di prenotazione con un’esperienza connessa e one-stop per le esigenze di viaggio medico.

La missione della Medical Tourism Association

“Per quasi due decenni, abbiamo svolto un ruolo fondamentale nel fornire un’assistenza sanitaria accessibile, trasparente e di alta qualità, mettendo in contatto i pazienti con un’ampia rete di fornitori fidati e accreditati in tutto il mondo“, ha affermato Jonathan Edelheit, presidente e co-fondatore della Medical Tourism Association.

“Sviluppare un’unica interfaccia con funzionalità e servizi di pagamento Mastercard integrati è un passaggio fondamentale nella nostra missione per rendere l’assistenza sanitaria di qualità sicura e accessibile oltre confine”.

Lancio globale delle nuove funzionalità

Mastercard e MTA stanno inizialmente lanciando queste nuove funzionalità di pagamento con diversi fornitori di servizi sanitari in tutto il mondo e prevedono di estenderle ad altri fornitori a livello globale entro la fine del 2024.

Un over 60 su quattro ignora di avere un’anomalia alle valvole cardiache

I problemi alle valvole cardiache aumentano di frequenza e gravità con l’avanzare dell’età. Tra i 60 e i 65 anni, solo l’1,5% delle persone ha un problema che richiede attenzione medica. Tuttavia, questa percentuale sale al 2,1% dopo i 70 anni e supera il 10% dopo gli 85 anni.

Problemi alle valvole cardiache negli over 60

Il 28,2 per cento delle persone con più di 60 anni ha un problema alle valvole cardiache non diagnosticato.

Il più delle volte si tratta di un’anomalia di lieve entità, che tuttavia in molti casi è destinata ad aggravarsi con l’età.

Lo studio dell’University of East Anglia

È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’University of East Anglia di Norwich, nel Regno Unito, pubblicato sull’European Heart JournalCardiovascular Imaging. “Abbiamo esaminato tramite elettrocardiogramma quasi 4.500 persone asintomatiche con più di 60 anni”, spiega uno degli autori dello studio, il cardiologo Vassilios Vassiliou (ospedale Universitario di Norfolk e Norwich). Risultato: problemi alle valvole cardiache per oltre un quarto di loro.

Patologie valvolari e rischi correlati

I più diffusi erano “una incompleta apertura (stenosi valvolare) che si traduce in una restrizione del flusso sanguigno e la chiusura insufficiente: un rigurgito che può portare il sangue a rifluire nella direzione sbagliata”, illustra Michael Frenneaux, specialista dell’Imperial College e tra i firmatari della ricerca.

Questi problemi possono mettere a dura prova il cuore e farlo lavorare di più. Nel corso del tempo possono aumentare il rischio di infarto, ictus e altre patologie cardiache”.

Problemi valvolari sempre più frequenti con l’età

Lo studio ha inoltre mostrato che i problemi alle valvole cardiache diventano sempre più frequenti e seri al crescere dell’età.

Se tra i 60 e i 65 anni soltanto l’1,5 per cento ha un problema che richiede l’attenzione medica, la quota sale al 2,1 per cento appena si superano i 70 anni ed è superiore al dieci per cento dopo gli 85 anni.

Sintomi mascherati dalla ridotta attività fisica

All’avanzare dell’età, inoltre, i sintomi, (fiato corto, stanchezza, dolore al torace, debolezza o vertigini, caviglie e piedi gonfi, palpitazioni) “possono essere mascherati da una ridotta attività fisica e da una mobilità ridotta”, spiegano i ricercatori.

L’importanza di un monitoraggio attento

È quindi necessaria particolare attenzione. “Se le persone sviluppano nuovi sintomi o segni che potrebbero indicare una malattia cardiaca, ne discutano con il proprio medico”.